venerdì 24 aprile 2009

Risultati del sondaggio

Finalmente è venuto il momento di commentare il mio primo sondaggio.Alla chiusura delle votazioni sono stati conteggiati 57 voti: statisticamente non molti per dare una idea accurata delle reali proporzioni, ma quantomeno penso di poter dare una interpretazione abbastanza indicativa dei risultati.
Un blog dichiaratamente ambientalista, innanzitutto, non può non tener conto del fatto che le opinioni dei suoi lettori siano orientate verso una certa corrente di pensiero. Per questo, sul mio blog una domanda come "sei favorevole o contrario al nucleare?" non avrebbe avuto senso: i contrari avrebbero superato il 90%, e il sondaggio sarebbe stato inutile.Perciò la domanda del sondaggio "Cosa temi di più della tecnologia nucleare" dava per scontato che chi rispondeva fosse tendenzialmente contrario a una nuova adozione di questa opzione energetica, concentrandosi invece su quelli che sono i pericoli percepiti dai lettori del blog.


I risultati


I voti sono stati così distribuiti:

Il fatto che è una reazione a catena: 8 voti, pari al 14%

Le scorie esauste: 33 voti, pari a quasi il 58%

La paura di non sapere la verità: 16 voti, pari al 28%

Le emissioni in fase di esercizio: 0 voti

Il risultato di questo sondaggio offre quindi alcune conferme e alcune sorprese. Per parte mia immaginavo che restituisse un'opinione un po' più distribuita tra le opzioni possibili.Invece, il problema delle scorie esauste ha dimostrato di essere il maggiore punto di contrarietà, una contrarietà che ha assunto un grosso margine: più della metà dei voti.La "paura di non sapere la verità" segue con poco meno di un terzo dei voti; non è poco, considerando che si tratta di un problema che in teoria dovrebbe essere il più facile da risolvere.Le due risposte inerenti il "funzionamento" della centrale nucleare hanno raccolto molto poco. Addirittura, nessuno ha reputato di avere una forte preoccupazione nei confronti del suo esercizio quotidiano.

Ne trarrei quindi queste conclusioni:
Il problema delle scorie è, e probabilmente rimarrà a lungo, il più grande deterrente nei confronti della tecnologia nucleare. La motivazione può essere letta sia nella paura di avere a che fare con il trasporto di materiale radioattivo, sia nel rischio che i depositi (temporanei o permanenti che siano) possano disperdere radionuclidi nell'ambiente, sia ancora nella volontà di non consegnare una brutta eredità alle generazioni future.Il funzionamento generale di una centrale nucleare non desta grosse preoccupazioni. Si ha abbastanza fiducia nel fatto che la reazione a catena della fissione possa essere controllata senza problemi dalle tecnologie di contenimento attuali. Nessuno poi, ha ritenuto di preoccuparsi eccessivamente delle emissioni "quotidiane" (fatto che mi ha un po' sorpreso).La paura di non sapere la verità è abbastanza radicata nell'immaginario collettivo. Il cittadino italiano, diffidente (e come dargliene torto) verso le istituzioni, non riterrebbe di essere sufficientemente tutelato in caso di incidente. Combinando questa considerazione con la precedente, ne emerge un quadro per cui sembra che il ragionamento generale sia: "mi fiderei anche, ma solo fintanto che tutto va bene".

Commenti

A questo punto potremmo porci la domanda: "Che differenza c'è tra quanto viene percepito e la realtà dei fatti?". Certamente non posso dare "LA" risposta, perché molti aspetti della mia posizione sono questionabili, ma faccio qualche considerazione.
Il principio di funzionamento di un reattore nucleare si basa sulla reazione a catena generata dalla fissione. Questa è una caratteristica intrinseca di questa tecnologia che in passato ha creato tanti problemi, famigerato il caso del famoso incidente di Three Miles Island, negli Stati Uniti. In quel caso il nocciolo fuse e penetrò nel sottosuolo. Le tecnologie attuali creano un sistema di sicurezza molto più raffinato, ma è certo che se lo sfruttamento dell'energia nucleare non si basasse su questo principio, sarebbero intrinsecamente impossibili quasi tutti gli incidenti finora occorsi.
Le scorie esauste vengono vetrificate e quindi rese inerti. Non possono polverizzarsi, non hanno problemi di lisciviazione. Sembrerebbe di dedurre che sia sufficiente confinarle per non avere pericoli. Eppure, la scorsa primavera presso l'impianto di stoccaggio e riprocessamento di La Hague in Francia, furono rilevate alte dosi di radioattività nei corsi d'acqua e perfino nei prodotti caseari. Com'era potuto accadere?
La storia recente ha dimostrato che in qualunque Paese (anche "evoluto") si vada non c'è modo di sapere quante scorie vengono stoccate, come vengono trattate, quanto tempo passa dall'arrivo al riprocessamento, quale monitoraggio ambientale si faccia nei dintorni. Finchè esisteranno le scorie nucleari, non ci sarà adeguata trasparenza e non si chiuderà il ciclo, questo problema rappresenterà un grosso deterrente verso l'energia nucleare.La paura di non sapere la verità è un problema che sta acquisendo sempre più importanza, non perchè si tenda a nascondere le cose più che in passato, ma perchè ormai i cittadini cominciano a pretenderla e ad avere gli strumenti legali sia per ottenerla, sia per avere voce in capitolo nelle scelte. E' un processo straordinario, che molte istituzioni continuano a sottovalutare, compiendo errori di valutazione grossolani.
Veniamo infine al problema delle emissioni in fase di esercizio. Sono d'accordo sul fatto che in condizioni normali non ci sia di che preoccuparsi, e che la radioattività ambientale cresca di quantità molto basse rispetto alla variabilità del fondo naturale tra luogo e luogo. E' vero però che esiste una forma di impatto sottovalutata, che caratterizza tutte le centrali elettriche che basano la produzione di energia sul vapore: il consumo d'acqua. Una stima dell'U.S. Geological Survey ci indica che nel 2000, nei soli Stati Uniti, l'evaporazione del 3% del prelievo idrico utilizzato per il raffreddamento delle centrali (sia nucleari che termoelettriche), è costata ben 22 km cubi di acqua. Il suo contenimento nei prossimi anni potrebbe diventare un fattore determinante perfino per la sopravvivenza di alcune centrali elettriche "convenzionali" già esistenti.

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